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50 ans SUSLLF
Società Universitaria per gli Studi
di Lingua e Letteratura Francese

Commemorazioni

 

Nel corso dell’Assemblea annuale della S.U.S.L.L.F. tenutasi il 16 novembre 2001 a Firenze sono stati commemorati i soci scomparsi Carlo Bo, Franca Caldari Bevilacqua e Giovanni Macchia.

Pubblichiamo il testo delle commemorazioni di Carlo Bo da parte di Giovanni Bogliolo e di Franca Caldari Bevilacqua da parte di Anna Maria Finoli. Non ci è invece possibile pubblicare il testo della commemorazione di Giovanni Macchia da parte di Arnaldo Pizzorusso in quanto già apparso in «Rend.Mor. Accademia dei Lincei», IX, XIII, 2002.

Ricordo di Carlo Bo

Per una di quelle suggestive coincidenze di cui il destino non è mai avaro, oggi la nostra comunità scientifica si trova a commemorare i due studiosi che per lunghi anni le hanno dato maggiore prestigio, Carlo Bo e Giovanni Macchia: diversissimi tra loro per formazione, vocazione, interessi, metodo e stile, eppure accomunati da un identico rigore e da una rivalità profonda quanto la stima e il rispetto reciproco. Accomunati soprattutto dalla palese inadeguatezza del solo attributo di francesista a qualificare non solo l’ambito disciplinare delle loro competenze, ma la loro specificità di uomini di cultura.

Non è questa la sede per tentare di delineare nella sua complessità la personalità intellettuale e umana di Carlo Bo. E quella, originalissima, del francesista è segnata da titoli che fanno ormai parte del nostro comune patrimonio di conoscenza: dai giovanili Rivière (1935) e Sainte-Beuve (1938) ai più maturi Bilancio del Surrealismo (1944) e Mallarmé (1945), ai tanti saggi comparsi in riviste e poi raccolti in volumi (Saggi di letteratura fran cese, 1940; In margine a un vecchio libro, 1945; Della lettura e altri saggi, 1953; L'eredità di Leopardi, 1964; La religione di Serra, 1967), alle antologie (Antologia del Surrealismo, 1944; Nuova poesia francese, 1952).

Per rendere omaggio alla sua memoria, ho scelto perciò di parlare di un aspetto molto meno noto, e da lui stesso – con ostinato, insofferente pudore e forse anche con una punta di civetteria – negato: quello del professore. Un professore atipico nel panorama dell'Università italiana, ugualmente lontano tanto dalla figura del docente che ama circondarsi di frotte di allievi e costringerli a diventare sue sbiadite e spesso risibili copie quanto da quella del Maestro inarrivabile che dispensa con parsimoniosa degnazione il suo sapere. Non per questo è stato meno attento al compito educativo che si era assunto e meno dedito alle esigenze della disciplina che per oltre quarant'anni ha professato.

Dell'Università, del rapporto docente-studenti e dell'ordinamento degli studi ha sempre avuto una visione legata alla sua personale esperienza fiorentina, nella quale la frequentazione delle aule ricavate dalle antiche stalle del Granduca si era limitata allo stretto necessario per ascoltare la voce di qualche maestro e trarne stimoli e confronti, raramente vincenti, con le personali intensissime letture e con le discussioni ai tavolini delle «Giubbe Rosse».

Anche nella sua veste di docente o di divulgatore, il letterato non ha dimenticato – come aveva enunciato in Letteratura come vita – che la sua non era una professione, ma una condizione e che la realtà dell'insegnamento, come e più di ogni altra, «se non sopporta una misura interiore non conta, è una vana costruzione di giorni, la ridicola mistificazione di un falso dio».

È a questa esigente disciplina interiore che, senza enfasi né prese di posizione clamorose, ha improntato il suo insegnamento, senza mai abbassarne il livello per metterlo alla portata della preparazione, di anno in anno più fragile, delle giovani leve e senza confezionarlo secondo le mutevoli ricette delle mode pedagogiche, ma lasciando che ad agire, nella misura in cui la sensibilità e l'intelligenza degli allievi lo avrebbero saputo raccogliere, fosse l'esempio di un alto e rigoroso esercizio della lettura critica. Così ha fatto scuola, nel senso quotidiano e in quello alto del termine, in un modo che nell'Università italiana non ha forse confronti: senza imporre e neppure proporre pregiudiziali ideologiche o metodologiche e senza lasciarsi trascinare in nessuno dei tanti tragicomici duelli di cui si è sempre nutrita la poco gloriosa epica concorsuale, guardando con divertita benevolenza, scevra da pose donchisciottesche o risentimenti moralistici, la quotidiana fiera delle vanità e la perenne agitazione di tutti quelli che nella conquista di un provvisorio brandello di potere cercavano un compenso a un connaturato e irredimibile difetto di autorevolezza.

Bruno Pompili ha rievocato con affettuosa e precisa memoria il suggestivo rituale di quelle lezioni: «Bo si sedeva a parlare avendo con sé un libro chiuso, un tagliacarte che lo attraversava. La sua lezione si svolgeva mentre la sua mano toccava di tanto in tanto quel libro di cui non sapevamo – né avremmo mai saputo – l'identità e sembrava essere il luogo da cui proveniva la sua parola, la sua fonte stessa di mediazioni e proposte. Non ci sembrò che col passare del tempo e dei corsi fosse cambiato quel talismano. Non ce ne fu mai certo il titolo, né si fece nulla per carpire o dedurre informazioni; semplicemente non era di quelli che correvano fra le nostre mani; abbiamo finito per capire che un lungo discorso proveniva da un unico atto di riferimento al leggere, e allora al leggere in un certo modo. I segni misteriosi sono sempre i più chiari».

Nei primi tempi, quando gli studenti erano ancora pochi e tutta quanta l'Università di Urbino – aule e uffici – stava nella primitiva residenza dei Montefeltro, questo rito si celebrava ad ora tarda, e, per accedervi, i pendolari dovevano rinunciare all'ultimo autobus e i residenti ai primi e più sicuri turni della mensa; gli uni e gli altri poi dovevano far fallire le manovre dissuasive dell'unico bidello del turno serale, che, non vedendo l'ora di spegnere le luci e chiudere il portone, cercava di convincere gli studenti che arrivavano a tornarsene indietro dichiarando che per una o due persone – e tante sarebbero state alla fine se ognuno che si presentava si fosse lasciato indurre ad andarsene – il professor Bo non avrebbe fatto lezione. In compenso, superati questi ostacoli, quando il professore si sedeva in cattedra col suo libro sempiternamente chiuso da cui spuntava il tagliacarte – o, dopo che questo oggetto ha malinconicamente concluso la sua funzione, il caratteristico stelo di erica di un virginia che doveva averne accompagnato la lettura – e cominciava a parlare con un tono di voce sommesso e con brevi pause che consentivano di prendere, quasi sotto dettatura, appunti anche formalmente ineccepibili, noi studenti di allora avevamo la sensazione che quel libro – e con lui tutti i libri che di volta in volta costituivano l'oggetto della lezione – si spalancasse davanti ai nostri occhi in una immediata e totale leggibilità. Di colpo, la distanza di anni luce che ci era sembrata separare le nostre piccole e disordinate letture dalla nozione di letteratura che la scuola ci aveva inculcato veniva cancellata, le stesse pagine che avevamo conosciuto imbalsamate sotto l'impenetrabile bendaggio dei commenti prendevano vita alla stregua delle innumerevoli altre che egli faceva entrare nell'aula universitaria ancora con l'odore del loro primo inchiostro.

Senza mai smettere di leggere e studiare i suoi classici – Pascal, Montaigne, Cervantes, i lirici del Cinquecento, Chateaubriand, Sainte-Beuve, Leopardi, Manzoni – Bo si era imposto fin dall'inizio come il lettore e spesso l'interlocutore più attento e rigoroso dei contemporanei, tanto italiani quanto stranieri, e, senza mai confonderne i metodi e gli ambiti, praticava con identico acume e dottrina la critica accademica e quella militante: degli innumerevoli libri che leggeva, solo a pochi concedeva il passaggio diretto dalla libreria all'aula universitaria, il salto del tempo lungo della piena assunzione nella biblioteca, ma sono quelli – di Apollinaire, di Proust, di Gide, di Valéry, di Claudel, di Lorca, di Juan Ramón Jiménez, di Unamuno – che oggi nella biblioteca del Novecento occupano gli scaffali più prestigiosi. E non era solo lo spirito della nuova letteratura ad aleggiare in quelle ore: c'erano le aperture della nuova critica, con l'antilansonismo e le forti esigenze spirituali che vi avevano depositato i Bremond, i Rivière, i du Bos, i Raymond, i Béguin e gli altri lettori gravitanti attorno alla N.R.F. e poi a quella sua tardiva e luminosa propaggine che fu l'École de Genève; c'era l'eco del diretto, personale contatto con la letteratura nel suo farsi, la perspicuità e la finezza di una critica capace nel suo quotidiano, ininterrotto esercizio di esprimersi a tutti i livelli di approfondimento che stanno tra i due estremi del monumentale volume sul giovane Sainte-Beuve e le più estemporanee recensioni. In quelle lezioni dettate all'impronta con tutto il loro corredo di date e citazioni attinto dagli archivi di una stupefacente memoria c'erano il rigore e la dottrina del primo e la vivace immediatezza delle seconde, l'esempio disarmante di quale miracoloso e complesso impasto di intuito e disciplina richieda l'atto critico e insieme la prova di quali profondità di conoscenza esso sappia dischiudere.

Per essere professore e Maestro, Bo non ha avuto bisogno d'altro che di adattare i suoi strumenti critici all'espressione orale, cosa che peraltro gli era così congeniale che molti dei suoi saggi più conosciuti sono nati come conferenza e ne hanno mantenuto la forma e uno di essi – su Tomasi di Lampedusa – porta addirittura il titolo di «Una recensione parlata». E anche i suoi testi di più dichiarata vocazione didattica, quelli che nel gergo studentesco si chiamano «dispense», sono – a parte una breve antologia voltairiana che non porta il nome del curatore – formati dagli stessi saggi di altre raccolte che l'autore si è limitato a ridistribuire lungo il canonico asse cronologico delle storie letterarie oppure costituiscono il nucleo primitivo o la potatura di un'edizione maggiore. In ogni caso stanno a testimoniare che Bo ha interpretato con molto più scrupolo e convinzione di quanto voglia ammettere il suo ruolo di docente. E non è certo un segno di scarsa considerazione di questo ruolo l'avere scelto per la sua ultima lezione, nell'agosto del 1982, lo stesso autore, Chateaubriand, che nel novembre del '38 aveva costituito l'argomento della prima.

Mi fermo qui: tutto il resto – il rettore, il senatore, la coscienza inquieta del cattolicesimo italiano

– esula da questa circostanza.

Giovanni Bogliolo

Ricordo di Franca Caldari Bevilacqua

Franca Caldari Bevilacqua ci ha lasciati il 5 luglio di quest’anno.

Era nata ad Alfedena, in provincia dell’Aquila, il 27 febbraio 1937.

Laureata a Roma presso la Facoltà di Magistero della «Sapienza» sotto la direzione di Silvio Baridon, nella stessa Facoltà, dapprima con lo stesso docente poi con Pasquale Aniel Jannini, percorre le prime tappe della carriera accademica: dal 1964 al 1968 assistente volontaria presso la cattedra di Lingua e Letteratura Francese, per un anno, 1968-69, assistente incaricato, confermata l’anno seguente e poi assistente ordinario dal 1970 al 1985. Come assistente di Silvio Baridon collabora negli anni sessanta all’organizzazione dei primi corsi di «Didattica del francese-lingua straniera» che dipendevano dai Centri Didattici Nazionali del Ministero della Pubblica Istruzione, iniziativa di grande serietà scientifica e a quel tempo di grande modernità: si svolgevano, infatti, con la partecipazione di docenti della Facoltà di Fonetica dell’Università di Zagabria, allievi di Peter Guberina, fonetista di rilievo internazionale, cui si devono le tecniche di correzione fonetica che portano il suo nome e che sono state utilizzate anche in Francia, dal Credif (Centre de Recherche et d’Études pour la Diffusion du Français).

Conseguita l’idoneità a professore associato nel 1982, è chiamata sulla cattedra di Storia della civiltà francese nella Facoltà di Magistero della «Sapienza»; vincitrice di concorso di prima fascia nel 1991, è nominata professore straordinario di Storia della Lingua Francese presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università degli Studi di Bari. Ottenuto l’ordinariato, passa per trasferimento alla cattedra di Linguistica Francese presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Salerno e quindi, al momento della trasformazione di queste Facoltà, presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere.

In una prima fase l’interesse di Franca Caldari si rivolge a due grandi periodi della letteratura francese: il Novecento (si vedano i contributi pubblicati nei «Quaderni del Novecento francese»), con particolare attenzione al Surrealismo, e il Cinquecento, inteso senza rigide delimitazioni cronologiche.

Nella scia delle ricerche di Jannini, che per primo aveva recuperato una delle testimonianze più significative della cultura del XVII secolo, illustrando la personalità multiforme di Guillaume Colletet «à la fois poète, libertin et érudit de grande envergure [...] lettré extraordinairement sensible, profond connaisseur des littératures classiques et étrangères» (Vie de Ronsard, Introduction,

p. 5), la Caldari pubblica, nel quadro di un progetto editoriale più vasto, due delle Vies des Poëtes François dell’erudito secentesco, quella di Ronsard (1983) e a distanza di qualche anno quella di Jacques Grevin (1988).

Sono noti i problemi che pone l’edizione dell’opera di Colletet, il cui titolo in realtà era Histoire générale et particulière des poètes françois anciens et modernes contenant leurs vies selon l’ordre chronologique, le jugement de leurs Ecrits imprimés etc., e si proponeva dunque come un abbozzo di storia letteraria: l’autografo andò perduto nel famoso incendio della Biblioteca del Louvre nel 1871, insieme alla copia che il figlio François aveva eseguito e preparato per la stampa in ordine alfabetico; restano tuttavia di quest’ultima una copia settecentesca, parziale e poco accurata, seppur ampia, altre ancora più tarde, ottocentesche, altre ancora, isolate o a piccoli gruppi, talvolta frammentarie, il cui antecedente va stabilito di volta in volta. Nell’Introduzione all’edizione della Vie de Ronsard, il cui testo è stato conservato da Prosper Blanchemain, editore alla metà dell’Ottocento di Oeuvres inédites del poeta vendômois, la Caldari espone con chiarezza, oltre alla storia complicata della trasmissione del testo, gli aspetti particolari dell’opera: da un lato il valore, che nel Seicento va al di là della biografia, del termine Vie, per cui Colletet può trascurare quasi completamente i dati biografici per dar rilievo all’opera del poeta nel suo insieme, vista come un corpus teso alla glorificazione della Francia, dall’altro la posizione di Colletet nella storia della critica ronsardiana. Ciò che fa di questo lavoro della Caldari un’opera singolare e particolarmente utile per la storia della critica ronsardiana sono le note, puntuali, ricche di riferimenti bibliografici, e l’appendice, che completa il testo principale, riproducendo una raccolta di giudizi o comunque riferimenti a Ronsard, tratta nel 1886 da altre Vies di Colletet ad opera di Achille de Rochambeau.

Il testo della Vie de Grevin ha una storia diversa: è conservato da due copie dell’Ottocento: una è stata fatta prima dell’incendio sull’autografo dall’erudito Edouard Tricotel, l’altra fa parte delle Vies copiate alla fine del XVIII dalla redazione di François Colletet. La Caldari dà il testo, inedito, della prima, che offre maggiori garanzie di fedeltà all’originale e, come nella Vie de Ronsard, correda l’edizione di fitte note, che fanno riferimento soprattutto all’opera del poeta, e di una ampia introduzione, in cui si ripercorre la «vie», nel senso che si è detto più sopra, di Grevin secondo l’interpretazione di Colletet, della quale si colgono e si mettono in rilievo la finezza, l’equilibrio e, nella temperie culturale del secolo, il coraggio.

Personalità affine a Colletet, per interessi, atteggiamenti, ruolo, è quella di Vauquelin de la Fresnay, autore anch’egli di un Art Poétique; la Caldari gli dedica due saggi: in entrambi la studiosa sceglie di trattare temi particolarmente significativi nella riflessione teorica e nella critica militante del tempo. Nel primo, L’epopea nell’”Art Poétique” di Vauquelin de la Fresnaye (Storiografia nella critica francese del Seicento. Quaderni del Seicento Francese, 7, Firenze-Paris, Adriatica-Nizet, 1986, pp. 211-26), la studiosa sottolinea l’adesione di Vauquelin alle rivendicazioni lato sensu nazionalistiche di Du Bellay, cui si aggiunge – siamo ai primi del XVII secolo e sono apparse le Recherches de la France di E. Pasquier – la presa di coscienza del passato medievale della Francia, che sottrae anche l’epica all’ormai mal tollerato primato italiano. Nel secondo, Vauquelin de La Fresnaye e la lingua francese (La “Guirlande” di Cecilia. Studi in onore di Cecilia Rizza, Fasano-Paris, Schena-Nizet, 1996, pp. 607-23), sono pubblicati «a titolo di premessa» alcuni appunti inediti di P. A. Jannini, che colloca l’Art Poétique commissionata a Vauquelin da Enrico III nel 1574, nell’ambiente dell’Académie du Palais, l’istituzione che meglio rappresenta la politica culturale del sovrano. La Caldari ne sviluppa le suggestioni, completa il quadro storico-letterario, la storia intellettuale di Vauquelin, ciò che le permette di collocare a sua volta l’Art Poétique, spesso giudicata disordinata, priva di struttura (limite comune del resto ad altri trattati coevi) tra gli Arts de seconde rhétorique, e quindi tra le opere dedicate al «génie de la langue» lucidamente definite dal Fumaroli, come la stessa Caldari ricorda «en apparence confuses, en réalité reliées par une subtile et souple contexture logique et analogique» (p. 619).

L’incontro con Vauquelin de La Fresnaye e le Vies di Colletet dedicate a poeti del 500 sembra aver sollecitato l’interesse della Caldari verso il secolo del maggior splendore del Rinascimento francese: a tale interesse vanno ricondotti alcuni saggi: Colletet, Ronsard et l’imitation des Anciens (Ronsard et la Grèce 1585-1985, Actes du Colloque d’Athènes et de Delphe, 4-7 octobre 1985, Paris, Nizet, 1988, pp. 3-11), Il tema della fortuna in Jacques Grevin (Il tema della Fortuna nelle Letteratura francese e italiana del Rinascimento. Studi in memoria di Enzo Giudici, Biblioteca dell’«Archivum Romanicum», 228, Firenze, Olschki, 1990, pp. 87-105), Montaigne alla Biblioteca vaticana (Montaigne e l’Italia, Atti del Congresso Internazionale di Studi di Milano-Lecco, 26-30 ottobre 1988, Torino, Centro di Ricerche Interuniversitarie sul Viaggio in Italia, 1991, pp. 363-90), Muret lettore alla «Sapienza»: introduzione all’Eneide di Virgilio (Parcours et Rencontres. Mélanges de langue, d’histoire et de Littérature françaises offerts à Enea Balmas, Paris, Klincksieck, 1993); Rinascimento e Renaissance (Renaissances Européennes et Renaissance française, Montpellier, Espaces, 1996, pp. 69-88).

Appare in questi studi un altro aspetto dell’attività di ricerca di Franca Caldari: l’attenzione ai rapporti tra la cultura francese e Roma, sua città d’elezione, si tratti sia di presenze francesi significative nella città, sia dell’immagine della città stessa nella letteratura francese: ne è testimonianza, oltre a qualche saggio tra quelli citati qui sopra, una serie di articoli apparsi con una certa regolarità dal 1971 in poi nella rivista Studi Romani: Un brano delle Historiae del Giovio in una lettera inedita del cardinale Jean du Bellay (1971, XIX, pp. 431-52), I sonetti di Jacques Grevin su Roma (1974, XXII, pp. 36-59), Roma nella letteratura francese. Studi critici (1979, XXVII, pp. 464-81), Roma nella letteratura francese contemporanea (1980, XXVIII, pp. 240-51), Apollinaire tra mito e leggenda (1981, XXIX, pp. 123-26), François Rabelais a Roma (1986, XXXIV, pp. 40-60).

Ragioni di tempo e di spazio non permettono di tracciare un quadro esaustivo dell’attività critica di Franca Caldari, che si è variamente esercitata, sia pure con minor continuità, anche su altri temi e momenti della letteratura francese; le indicazioni necessariamente sommarie che precedono permettono comunque di riconoscere i principali campi e risultati delle sue ricerche.

Nell’ultimo periodo la vita non è stata benevola con lei: la perdita del marito dopo un alternarsi angoscioso di speranze e di delusioni, la responsabilità che sentiva intensamente verso il figlio adolescente, le soddisfazioni accademiche amareggiate dal dover esercitare l’insegnamento in sedi per lei disagiate, hanno minato precocemente il suo pur forte organismo.

Noi rimpiangiamo la studiosa coerente nel metodo, attenta ai documenti e alle fonti, di grande onestà intellettuale, la docente che ha meritato l’affetto degli studenti e la stima dei colleghi, espressa nella triste occasione della sua dipartita con parole di altissimo elogio, ricordiamo con malinconia, sentiamo che ci mancherà, il sorriso della collega, dell’amica schietta, generosa e cordiale.

Anna Maria Finoli