Lionello Sozzi

Il 25 settembre ci ha lasciati Lionello Sozzi, a 84 anni.

Grande tristezza, profonda malinconia alberga nel cuore degli amici, come di tutti gli allievi che ha avuto nei quarant’anni di insegnamento impartiti occupando la più antica cattedra di Letteratura francese dell’Università italiana, dove prima di lui avevano seduto Ferdinando Neri, Luigi Foscolo Benedetto e Franco Simone. Il vuoto che sentiamo è grande.

Nativo di Lecce, Lionello Sozzi era giunto a Torino dopo aver studiato a Pisa alla Normale formandosi come italianista, ma già dando prova di ampi interessi comparatistici. Raccontava recentemente, in occasione della giornata di studi organizzata proprio a Torino per il centenario della nascita di Franco Simone, come in Francia, a Lione – dove il giovane Lionello Sozzi era lettore – il collega Manfred Bambeck gli avesse detto: “Ma come, non hai ancora letto La coscienza della Rinascita di Franco Simone? È un libro importantissimo!”. E qualche tempo dopo, in Normandia, il suo direttore di studi gli consigliò di andarlo a trovare, quel Franco Simone di cui per altro Lionello, oltre che dal collega Bambeck, aveva già sentito parlare alla Normale in un seminario tenuto da Kristeller di cui conservava ancora alla fine della sua vita gli appunti ingialliti. Gli disse dunque, il suo direttore di studi in Normandia, di andare da Franco Simone, di cui sapeva che stava mettendo in piedi una rivista. Lionello Sozzi ci andò, nella casa poi famosa di Corso Stati Uniti. E Simone lo sottopose a una sorta di interrogatorio, voleva sapere con chi avesse studiato. Sozzi raccontava che rispose ma con l’atteggiamento di Don Abbondio davanti al Cardinale, dicendo tra sé “ora vien la grandine”. Aveva infatti studiato con Glauco Natoli, che Simone non amava.

Nessuna grandine invece venne ed anzi Simone gli disse: “Abbiamo bisogno di bravi studiosi del Cinquecento”. E gli diede fiducia affidandogli la sezione dedicata a quel secolo della rassegna bibliografica per la neonata rivista «Studi Francesi». Una rivista che tutti apprezzate, di cui Lionello sarebbe diventato Direttore rimanendolo fino alla fine, e dedicandole un po’ del suo tempo ogni giorno. Simone gli aveva detto infatti: “Mi creda, Sozzi, una rivista è come una pianticella. Va innaffiata ogni giorno”.

Così insomma cominciò l’avventura di Lionello Sozzi prima al seguito di Franco Simone e poi ben presto al suo fianco.

Andrebbe qui, ora, brevemente ricordata la figura di Lionello Sozzi come studioso, uno dei più insigni francesisti del Novecento, che ha illustrato la nostra disciplina nel senso più alto del termine. Il Cinquecentista, certo, ma anche il Settecentista, e lo specialista della stagione a cavallo tra Sette e Ottocento, la Metamorfosi dei Lumi. Il fine indagatore di testi, il creatore di nessi, l’allargatore di orizzonti, il sensibilissimo traduttore. Eppure è soprattutto la figura dell’uomo che viene in mente, la sua altezza morale, la grandezza interiore, l’intelligenza dei sentimenti. Tutti coloro che sono stati suoi allievi, hanno questo ricordo di lui: grandissimo Maestro, altrettanto grande Uomo.

Oratore straordinario, le sue lezioni erano dense, alate. Il primo suo corso che seguii, appena arrivata all’Università, era sulla “Dignitas hominis à la Renaissance”. Indimenticabile. Entrava puntuale in quell’aula ad anfiteatro al primo piano di Palazzo Nuovo, posava i libri sulla cattedra e alcuni foglietti con gli appunti, e cominciava. L’intera aula magna lo ascoltava in un silenzio assoluto per non perdere neanche una parola. Erano mari sconfinati quelli in cui ci conduceva. Il mercoledì poi lasciava Montaigne e gli altri autori del Cinquecento che aveva messo in programma, per leggerci e commentare per noi Le balcon en forêt di Julien Gracq. Ed era altrettanto illuminante: sugli autori della Renaissance come sul Surrealismo, quella che ci proponeva era sempre una visione aperta, spaziosa. Ci faceva respirare.

Perdonate se continuo a tenere queste rapide parole su un registro così personale, ma penso ben traducano la dimensione della mancanza. Quando si trattò di scegliere un argomento per la mia tesi di laurea, nella quale sarei stata diretta dalla grande Secentista Daniela Dalla Valle, amica di una vita di Lionello Sozzi, l’idea per me fu suggerita da lui. Da un suo articolo tanto breve quanto importante. Quello in cui Sozzi indicava una discrepanza nella lettura della Poetica di Aristotele da parte dei trattatisti del Cinquecento italiano, poi passata in Francia nei commenti dei Classici. Il punto in cui il testo aristotelico parlava dell’uso del meraviglioso in poesia e diceva che era ammesso ricorrervi fino all’alogon, all’irrazionale. Da alcuni trascrittori, in luogo di alogon era stato riportato il termine analogon, ovvero coerente. È ovvio che tale variante determinò destini divergenti, nella prassi poetica del Seicento francese, destini che venni incaricata di indagare nell’ambito della poesia epica. E sempre, da allora fino all’estate appena trascorsa, Lionello Sozzi ha seguito i miei studi, sempre con consigli preziosi e con affetto. Lo stesso ha fatto con tanti di noi, non faccio nomi per non dimenticare nessuno. O forse ne faccio uno solo, quello di Diego Scarca, perché ci ha lasciati così presto. Di Lionello era stato un allievo tra i più dotati.

Gli importanti saggi di Sozzi li conoscete bene, li conoscono tutti i francesisti. Va allora forse oggi ripetuto quello che ci diceva sempre, proprio riguardo alla scrittura di un saggio. In contrasto con le tendenze attuali dell’era della valutazione a tappeto, ma così significativo: quando aveva creato intorno a sé una piccola équipe di collaboratori cui ebbi il privilegio di appartenere – e ci chiedeva di scrivere voci per vari Dizionari letterari (Utet, Garzanti, Bompiani) – ci raccomandava sempre: “Non abbiate fretta. Un buon saggio lo si può scrivere solo quando si è maturi. Meglio aspettare”. Sorridendo (come non pensare oggi al suo sorriso, chiunque lo abbia incontrato lo ha impresso in mente), aggiungeva che la maturità critica arriva intorno ai sessant’anni. E già autore di articoli fondamentali per la storiografia letteraria, Lionello Sozzi aspettò, in perfetta coerenza, per concedersi la misura del saggio. Citerò qui solo alcuni titoli, dei lavori più recenti, grosso modo dell’ultimo decennio, indicativi delle principali direttive dei suoi interessi.

A partire da Immagini del selvaggio. Mito e realtà nel primitivismo europeo (Edizioni di Storia e Letteratura, 2002), per proseguire con Rome n'est plus Rome. La polémique anti-italienne et autres essais sur la Renaissance (edito da Champion, sempre nel 2002). E poi Vivere nel presente. Un aspetto della visione del tempo nella cultura occidentale (Il Mulino, 2004); Da Metastasio a Leopardi: armonie e dissonanze letterarie italo-francesi (Olschki, 2007); Amore e Psiche: un mito dall’allegoria alla parodia (Il Mulino, 2007); Il paese delle chimere: aspetti e momenti dell’idea di illusione nella cultura occidentale (Sellerio, 2007); Un selvaggio a Parigi: miraggio utopico e progetto politico attorno al mondo di Bougainville e nel supplemento di Diderot (Edizioni di Storia e Letteratura, 2009); Gli spazi dell’anima. Immagini d’interiorità nella cultura occidentale (Bollati Boringhieri, 2011); Cultura e potere. L'impegno dei letterati da Voltaire a Sartre al dibattito novecentesco (Guida, 2012). Ogni titolo un grande libro.

L’ultimo volume che ho citato, quello sui rapporti tra la cultura e il potere, cui Lionello teneva molto, comincia evocando l’immagine del letterato nelle parole di Voltaire: “L'homme de lettres est sans secours, il ressemble aux poissons volants ; s'il s'élève un peu, les oiseaux le dévorent ; s'il plonge, les poissons le mangent”. Due abissi, l’alto e il basso, ai quali nei tempi moderni se n’è aggiunto un terzo, l’opinione. Se Sozzi ha studiato l’impegno è perché lo ha vissuto in ogni sua forma.

Oltre che grande professore e grande saggista, Lionello Sozzi è stato infatti anche grande animatore di cultura. Fu lui ad avviare la rete di rapporti con la Francia che tuttora sussistono tra la nostra Università e numerose Università d’Oltralpe, proseguendo il cammino di Franco Simone che già aveva intessuto rapporti fecondissimi con francesisti di tutto il mondo. Alla fine degli Anni Settanta poi Sozzi creò la Laurea Binazionale, tra Torino e Chambéry, la prima in Italia, anticipando con lungimiranza la politica europea nel campo universitario.

Ed era come sapete socio di tante Accademie: l’Accademia dei Lincei, l’Accademia delle Scienze, l’Académie de Savoie, l’Académie de Saint-Anselme e altre che certamente dimentico. E Presidente della Fondazione Natalino Sapegno, vi invitava e premiava studiosi del calibro di Jean Starobinski, ma anche i più grandi poeti, da Yves Bonnefoy a Philippe Jaccottet. La sua sensibilità al verso era speciale, cito solo il Victor Hugo da lui tradotto. Grande momento, di spettacolo alto, fu la lettura di Hugo che venne a fare al Piccolo Regio, a Torino, Philippe Noiret: cui seguiva, interpretata da Fabrizio Bava, la traduzione di Sozzi. Lionello era sul palcoscenico, il poeta quella sera era lui.

Fino all’ultimo, bisogna dire, Lionello Sozzi ha cercato nel lavoro e nella scrittura la forza per affrontare le fatiche del quotidiano. Aveva di recente curato un’edizione importante di Rabelais per Bompiani e una Storia europea della letteratura francese per Einaudi.

E ai tanti colleghi che come Lionello trovano conforto e ispirazione e insegnamento nell’arte sorella, ricordo anche un libro del 2013 scritto per Le Lettere con tutta la raffinatezza e l’eleganza che gli conosciamo, Perché amo la musica. A lui, studioso dell’autobiografia a partire da Rousseau, era piaciuto approdare al saggio in prima persona, con questo volume di memorie musicali. Leggetelo se volete risentire la sua voce, che vi echeggerà nelle orecchie di pagina in pagina.

A un mese dalla scomparsa è poi uscito – ad inaugurare la collana Biblioteca di Studi Francesi, che Lionello ha fatto in tempo a battezzare nel maggio scorso – L’Italia di Montaigne e altri saggi sull’autore degli “Essais”. Abbiamo cercato di prepararlo in modo che potesse ancora vederlo, ma i fatti sono precipitati.

Finisco annunciandovi che ancora almeno un inedito nascondono i suoi cassetti, un libro che dovrebbe avere per titolo Il mio credo: è il dono che ha voluto lasciarci.

Gabriella Bosco (testo allestito per il Seminario di Filologia francese e per la SUSLLF)