Yves Bonnefoy ci ha lasciati il 1 luglio 2016.
Era nato a Tours il 24 giugno 1923 da una famiglia di umili origini e di tradizioni socialiste nella quale i libri scarseggiavano. Il padre, operaio costruttore di locomotive in ferrovia, lo perse troppo presto e torna insistentemente nelle sue opere della stagione più recente (L’Écharpe rouge, 2016), come la madre, prima infermiera e poi maestra elementare. Crebbe tra i loro silenzi sui quali si è interrogato per “dar loro voce” fino alla stagione estrema della sua lunga esistenza; lascia una moglie artista e fotografa, Lucy Vines, e una figlia, Mathilde, affermata cineasta.
Di formazione eclettica (laurea in matematica, in filosofia e in lettere), si volse alla poesia sulla scia dell’onda lunga della stagione surrealista, però mai aderì al movimento, del quale pur sempre condivise la fiducia nell’energia dell’inconscio, meno gli automatismi e le derive esoteriche che rischiavano di distogliere la letteratura dal nesso con la carne della quotidianità dell’esistenza alla quale egli intese sempre essere fedele.
Se la sua poesia, dall’esordio di Movimento e immobilità di Douve (1953), fino al recente Ensemble encore (2016), è l’avventura, umana più che “letteraria”, di un uomo alla ricerca del senso della propria presenza nel mondo, inteso come unico vero luogo dove costruire la felicità tramite la transitività della relazione, il rispetto dell’altro, riconosciuto come essere, e della natura, luminosa e mirabile, mai disgiungibile dall’opera poetica è l’avventura dello studioso, del critico e del docente universitario, maestro di generazioni che, dopo avere insegnato a Vincennes, Aix-en-Provence, Nizza, Ginevra, oltre che nelle principali università statunitensi (da Harvard a Brandeis a San Diego, da Pittsburgh a Yale…), fu chiamato dal 1981 al 1993 a ricoprire la cattedra di Études comparées de la fonction poétique al Collège de France (cattedra che già fu di Paul Valéry e che gli fu proposta alla morte di Roland Barthes) dove era professore emerito.
Un saggista sui generis Bonnefoy, poco incline alla scrittura “accademica” quale la si è soliti concepire, ma uomo d’idee, d’intuizioni, esercitate su un vasto orizzonte di ricerca che abbraccia la poesia e le poetiche delle arti, l’architettura, le scienze esatte, la storia delle idee, la scienza delle religioni e dei miti, con uno sguardo trasversale che era capace di cogliere in ogni fenomeno un angolo inesplorato e i nessi fra i saperi, come era tipico degli intellettuali assoluti rinascimentali ai quali verrebbe naturale avvicinarlo, per la capacità di sintesi e di analisi, oltre che per il bisogno di fare avanzare la cultura quale argine alla barbarie («Non socialisme ou barbarie, mais poésie ou barbarie», ebbe a scrivere), del cui inquietante persistere ancor oggi troppi segni dell’attualità quotidiana ci danno prova inequivocabile.
I saggi su Shakespeare, in assoluto l’autore più frequentato e tradotto, ma anche su Baudelaire, Rimbaud, Mallarmé, così come gli studi sull’arte, dal barocco romano a Goya, Picasso, Giacometti, Morandi, Hopper, le sue traduzioni dei Sonetti e delle principali pièces del Bardo, di poesie di Donne, Petrarca, Leopardi, Keats, Yeats, Pascoli, spesso corredate di acutissimi commenti filologici di poetica, ne hanno fatto quello che John. E. Jackson ebbe a definire «l’equivalente di Baudelaire nel nostro tempo».
Yves Bonnefoy ha sempre considerato l’Italia, con la quale ha di certo avuto un rapporto privilegiato, una seconda patria; l’aveva definita una “terra per le immagini”, vi aveva a lungo soggiornato come borsista già negli anni ’50 per le sue ricerche dottorali su Piero della Francesca, specie a Firenze e a Roma, ma vi tornò costantemente facendone un topos che avvince idealmente, attraverso la pittura barocca di paesaggio, le campagne laziali e umbre dell’Arrière-pays, così ricorrenti in Poussin, all’architettura di Palladio e Leon Battista Alberti, le montagne dell’Italia rurale dove ancora vi sarebbero tracce dei dialetti del «digamma», lettera scomparsa dell’alfabeto greco che dà il titolo all’omonima raccolta recente di sue prose poetiche, a Torino e Genova, le cui navi, come la poesia, recano al porto beni ignoti, Italia regno di quell’«imaginaire métaphysique» al quale addirittura attribuì il suo passaggio dall’infanzia alla condizione adulta, se ebbe a scriverne: «Et l’Italie est la terre où, puisant à un monde antique qui avait déjà ce souci, de grands artistes ont conçu des œuvres posant d’emblée la question de la présence, l’agrégeant à des statues, à des tableaux, à des fresques, parmi lesquels il n’est donc que naturel de s’engager si on a mémoire; et, littéralement, de renaître.» (“Autre note conjointe”, L’Écharpe rouge, Mercure de France, Paris, 2016 , p.261).
Il poeta, il critico, il saggista, il traduttore e il docente si fondevano in lui come un’armonia di tinte e colori, quelli di un bell’albero che tanto amava e cui associava simbolicamente la presenza umana nel mondo: siamo qui per vivere, per esserci, per condividere e per testimoniare, nudi sotto il cielo, come bambini che giocano sulla spiaggia, desiderosi di felicità e gioia, del resto «non v’è certezza», pareva dicesse ogni sua pagina a chiunque, ogni giorno.
Qualcuno leggendo le sue poesie ha deciso di rinunciare al suicidio, mi disse; altri, come me, hanno trovato in lui una sorta di padre spirituale affettuoso e vigile, ma anche un amico generoso e un esempio di rigore e di dedizione al lavoro, di fedeltà ai valori dell’amicizia e della lealtà, pur se «l’imperfection est la cime» (Hier régnant désert, 1958).
Pur ben sapendo chi fosse (scorrendo la Cronologia del suo Meridiano Mondadori L’opera poetica, 2010, che ebbi l’onore e il privilegio di curare, si può ben vedere come egli conobbe e frequentò assiduamente alcuni fra i più grandi intellettuali del secolo, da Bachelard a Chastel, da Borges a Octavio Paz, da Paul De Man a Michaux…), Yves Bonnefoy era una persona semplice, del «semplice » aveva addirittura fatto la condizione stessa del «senso», cosicché, a chi si fosse trovato ad incontrarlo, non appariva certo nell’immagine paludata del professore del Collège de France, ma di un essere mite, cordiale, sempre in ascolto dell’altro, che non parlava di sé che se esplicitamente richiesto, e non senza imbarazzo.
L’influsso della sua opera, ne sono certo, non potrà che crescere, per qualità intrinseca e per l’oggettiva penuria di figure di livello comparabile nell’odierno panorama francese e non solo. E sarà una lezione di fiducia e speranza nell’onesta fatica di ogni giorno cui tutti siamo chiamati: «L’espoir, Fabio, c’est le seul mot qui justifie l’acte d’écriture», mi disse il 1 giugno scorso all’orecchio con un filo di voce a Parigi, sul suo letto di morte. Settant’anni di scrittura in una sola frase, che dice l’uomo del poeta che era e rimarrà per sempre, nonostante l’arbitrio della finitudine.
Ma parlando di poeti, l’ultima parola spetta sempre alla poesia, che ne custodisce il lascito più profondo, come nell’explicit de L’heure présente:
Ma ricordati
Dei prati dell’infanzia: dei tuoi passi Per sdraiarti a fissare il cielo
Così greve, di tanti segni, ma che si faceva Immensamente in te questa benevolenza, I lampi del calore delle notti d’estate.
Ora presente, non rinunciare,
Riprendi i tuoi vocaboli dalle mani erranti della folgore, Ascoltali fare del nulla parola,
Osa
Perfino nella fiducia che nulla prova, Legaci di non morire disperati.
(L’ora presente, trad. di F. Scotto, Mondadori, 2013, p.153).
Fabio Scotto